La donna nei media: dallo stereotipo alla possibile rinascita sociale

Ma i tempi cambiano, e da allora molte cose sono migliorate, anche grazie al contributo di programmi come il Global Media Monitoring Project, che da ben 20 anni è il più grande progetto di ricerca ed advocacy contro la discriminazione di genere nei media, o End News Sexism By 2020. Tuttavia, sforzi rilevanti in questa lotta provengono anche dal nostro Paese e non solo dall’estero. Si guardi ad esempio ad associazioni come “Se non ora quando” e “Gi.U.Li.A”, un blog curato da una redazione di 800 giornaliste impegnate nella promozione del dibattito sulle tematiche di genere. Eppure, è evidente che il mondo dell’informazione risenta ancora di un radicato e marcato sessismo a livello di contenuti, rappresentanza, ed immagini trasmesse. Secondo i dati del GMMP 2015, le donne continuano a essere marginalizzate negli show televisivi riguardanti la politica (15%) e l’economia (10%), mentre la loro presenza aumenta quando si parla di temi concernenti la famiglia, l’educazione e la salute. Nel libro “Ways of seeing”, lo scrittore britannico John Berger spiega come l’idealizzazione e l’oggettivazione della donna da parte dei media possa causare problemi di autostima femminile, con conseguente ricaduta sulle scelte educative e lavorative future. La Teoria dell’oggettivazione (1997), dei sociologi Fredrikson e Roberts, descrive uno dei maggiori rischi di un’errata rappresentazione della figura femminile. Essa mostra infatti il passaggio cruciale dall’oggettivazione alla auto-oggettivazione, dove la donna interiorizza la prospettiva dell’osservatore, portandola ad essere maggiormente esposta a problemi alimentari e depressione. Ma quali ripercussioni può quindi avere questa rappresentazione distorta e stereotipata della donna nelle scelte che questa compie durante la sua vita?

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